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Platone nel Crizia

Bronzo di Abini (Teti) Donna con lunga gonna a balza 

 

AMBASCIATORE Dice che il Re vi manderà dell’oro.  

(A Pseudartabano) Di’ «oro» a voce più alta e chiara.  

PSEUDARTABANO Tu non ottenere oro, Ionio culaperto.  

DICEOPOLI Ohimè, come è stato chiaro!  

AMBASCIATORE Che cosa dice?  

DICEOPOLI Che cosa? Dice che gli Ioni sono dei culaperti, se si aspettano oro dai barbari. AMBASCIATORE Ma no: costui sta parlando di sacchi d’oro.  

DICEOPOLI Ma quali sacchi?! Sei un grande imbroglione. Vattene via. Lo interrogherò io, da solo. (A Pseudartabano) Avanti, parla chiaramente, alla presenza di questo (agita minacciosamente il bastone), e sta’ attento che non ti faccia un bagno nella porpora di Sardi 

 

ARISTOFANE, Acarnesi vv. 1-133 (Scena assembleare) 

 

 

L’uso dei vestiti di colore porpora, considerati indumenti nobili e sacri, simboli del potere divino    

Platone nel Crizia descrive una cerimonia particolare che aveva luogo in Atlantide: ogni cinque o sei anni alternativamente, i re dell’isola si riunivano nel santuario di Poseidone, dove dei tori erano lasciati liberi per l’occasione, e si mettevano a caccia senza armi, ma solo con lacci e legni, per catturarne uno. Una volta preso, lo sacrificavano, così che il suo sangue scorresse su una stele di oricalco su cui erano incise le sacre leggi, quindi consacrate le membra dell’animale, ciascuno versava in un cratere una goccia di sangue; poi attingendo dal recipiente con tazze d’oro, giuravano di comportarsi secondo le leggi delle stele, e bevevano, sancendo il giuramento con il sangue dell’animale ucciso. Quindi “Ciascun di loro dopo aver innalzato queste preghiere per sé e per la propria discendenza, beveva e consacrava la coppa nel santuario del dio, poi attendeva al pranzo e alle occupazioni necessarie, e quando scendevano le tenebre e il fuoco dei sacrifici si era consumato, indossavano tutti una veste azzurra, bella quant’altre mai, sedendo in terra, accanto alle ceneri dei sacrifici per il giuramento. Di notte, quando ormai il fuoco intorno al tempio era completamente spento, venivano giudicati e giudicavano se uno di loro avesse accusato un altro di violare qualche legge; dopo aver formulato il giudizio, all’apparire del giorno, incidevano la sentenza su una tavola d’oro che dedicavano in ricordo insieme alle vesti.

Si trattava senza dubbio della cerimonia più importante dell’isola, che aveva luogo ogni cinque o sei anni all’interno del tempio più sacro di quella terra: i re, dopo aver dimostrato con la caccia la propria prestanza e quindi l’idoneità dal punto di vista fisico , a rivestire quel ruolo , tutti insieme bevevano una piccola parte del sangue del toro ucciso (il toro animale sacro a Poseidone) quello stesso sangue che aveva purificato la stele su cui erano incise le prescrizioni divine , e giuravano di governare e giudicare secondo le leggi: poi indossate delle splendide vesti azzurre ( il termine usato dal filosofo per definire la tinta degli abiti dei re è cna veos  , cioè azzurro cupo, scuro) precedevano il giudizio, ed alla fine della cerimonia consacravano insieme la tavola d’oro, su cui avevano inciso le sentenze e le vesti.        

È ovvio che questi abiti, usati in un momento in cui i re quasi in comunione con Dio, dovevano essere preziosi, non comuni, un po’ come quelli usati dai sacerdoti nella Bibbia.  

La cerimonia descritta da Platone s svolge nel cuore di Atlantide, grande potenza marinara, nel tempio di Poseidone, il dio del mare: che cosa potevano usare di più adatto i re dell’isola nel loro ruolo di legislatori e cultori del sacro, se non vesti di porpora, tinta ricavata da un mollusco marino, specialmente nelle sfumature tendenti al blu ed all’azzurro, i colori del mare? Forse, allora anche per la porpora, il colore venuto dal mare, che per secoli ha goduto presso gli uomini di un ascendente ed un prestigio straordinari, dobbiamo ringraziare una civiltà splendida ed evoluta scomparsa oramai da millenni, una terra mitica e misteriosa ricca di suggestioni e di fascino, l’isola Atlantide.  

A questo proposito Strabone nel libro III della sua Geografia attinge da notizie di Posidonio. Questo fu il più grande pensatore del primo secolo a.C. Fu una sorta di Leonardo da Vinci dell’epoca. In particolare riporta “Posidonio fa molto bene a citare l’affermazione di Platone in base al quale è possibile che la vicenda di Atlantide non sia una mera fantasia. Stando a Platone infatti, Solone, dopo essersi informato dai sacerdoti egizi, avrebbe raccontato che Atlantide un tempo era esistita davvero, ma poi scomparsa”. 

 

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