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Tessuti, colori – Testimonianze storiche

la coltivazione e la lavorazione del lino in Sardegna, dove si trova anche lo stato selvatico. Innanzitutto la lavorazione del lino è diffusa fin dal Neolitico in altre isole mediterranee come Creta (Faure 1984), e sino ad oggi. Agli inizi del secolo scorso, a quanto sappiamo dall’Angius e da altri storici – tecnografici, la coltivazione era diffusa nell’intero territorio sardo e non può che provenire da consuetudini ergonomiche preistoriche anche in considerazione del fatto che i pesi da telaio (verticale) per la lavorazione dei tessuti sono diffusi nell’isola almeno dal Neolitico Finale e dall’Eneolitico Antico.  

 

 

Se ci si sofferma a riflettere come i tessuti di cui si compone il suo costume, in particolare, l’orbace di lana di pecora ed il lino della camicia poi (oggi sostituito in larga parte dal cotone) siano materiali che esistono in Sardegna dalla notte dei tempi. Si pensi che già nel V secolo avanti cristo, Erodoto riporta che il lino sardo veniva usato dai Colchi. I sardi venivano descritti con capelli neri e crespi e di colorito scuro, discendenti dei popoli del mare e provenienti dall’Egitto. Il lino bianco, con fitte pieghe, che era l’elemento caratteristico del vestito dell’abito egizio, lo è anche della camicia nei costumi sardi.  

 

Riporta il prof. Giovanni Ugas nel suo bellissimo libro Shardana e Sardegna:  

I tessuti impiegati negli indumenti sardi erano soprattutto in lana e lino, materie di origine animale e vegetale abbondanti in Sardegna già nella preistoria. Per buona sorte sono le fonti della letteratura che si informano sull’antica esistenza nell’isola di un lino assai pregiato, e benchè queste notizie non siano anteriori al V secolo a.C. non è da pensare che siano stati i Fenici a introdurre la coltivazione e la lavorazione del lino in Sardegna, dove si trova anche lo stato selvatico. Innanzitutto la lavorazione del lino è diffusa fin dal Neolitico in altre isole mediterranee come Creta (Faure 1984), e sino agli inizi del secolo scorso, a quanto sappiamo dall’Angius e da altri storici – tecnografici, la coltivazione era diffusa nell’intero territorio sardo e non può provenire da consuetudini ergonomiche preistoriche anche in considerazione del fatto che i pesi da telaio (verticale) per la lavorazione dei tessuti sono diffusi nell’isola almeno dal Neolitico Finale e dall’Eneolitico Antico.  

Nel V secolo a.C. Erodotto (Storie II) chiamava “sardonio” il lino dei Colchi che abitavano le coste del Mar Nero. Si trattava di lino sardo dato che lo storico greco usa l’aggettivo sardonion “sardo dell’isola” e non sardianòs “della città lidia di Sardi”. Ciò è ribadito in un commento a questo stesso passo dell’autore tardo Polluce secondo il quale Erodotto intendeva dire che i Greci il lino sardonico di Fasi, cioè della principale città della Coclide, era originario della Sardegna. Questo scrittore afferma che il lino della Sardegna poteva essere comparato per fama, a quello di Cartagine, aggiungendo che per la caccia e la pesca era conveniente usare reti di lino sardo, oppure egiziano o di Cartagine. Si è già detto che in greco sardòn era la corda di lino utilizzata per la rete da pesca e che il vocabolo sàrtia deriva dal lino (sardo) utilizzato per le corde che fissavano gli alberi delle navi, facendo presumere un particolare rapporto degli antichi Sardi con la navigazione e la pesca.  

Già nell’età del Bronzo il lino migliore, lucido, lavorato con elaborati ricami o tinto con porpora o altre sostanze coloranti era utilizzato per le vesti più pregiate, come ad esempio quelle indossate dai faraoni egizi, ma non è possibile sapere se tra queste vi fossero anche indumenti offerti dagli Shardana, nella sostanza dai Sardi. Tra il V e il IIV secolo a.C. e non diversamente doveva essere al tempo dei commerci e delle prime colonie greche in Occidente nel IX-VIII secolo e probabilmente già prima, i lini sardi, così come i tessuti di lana e le coperte di produzione sarda, erano ben noti in Grecia, stando alle testimonianze di Aristofane e di Platone.  

In un passo del celebre commediografo, vissuto tra il 446 e il 380 a.C. citato da uno scoliasta (Acharn., a I, sc.3) è menzionato “il lino dal colore sardonico”. Quale fosse il lino dal colore “sardonico” è precisato da un passo di Platone richiamato anch’esso da uno scolio: “dunque in letti sostenuti da piedi eburnei, si stendono coloro che stanno per dormire con coperte dipinte di rosso, con porpora sarda”. Lo stesso scoliasta di Aristofane (Acharn.112) evidenzia che la porpora sarda era da preferire alle tinte rosse normali.  

Occorre considerare che diversi altri brani, anche tardi che rifanno a testi più antichi, in Suida, Clemente Alessandrino, Esichio, Erasmo, Gottifredo e Apostolio evidenziano l’importanza della porpora sarda. Nella Suida (Lex. Graec.) si afferma esplicitamente che “in Sardegna si producono splendide tinture rosse (tratte dai molluschi) “.  

 

 

Oramai alla fine dell’età medievale, riprendendo le notizie degli antichi, Apostolio vanta i vivissimi colori della porpora sarda, perché verosimilmente allora i Sardi dell’interno come delle coste continuavano ad usare abiti di sgargiante colore rosso, come ancora oggi si osserva nei costumi tradizionali, benchè tinti con altri prodotti.  

Tutto ciò considerato, esistono i presupposti per pensare che le stoffe, i vestiti e le corde di lino sardo e di tessuti colorati con la porpora isolana fossero usati in Sardegna e che dall’isola potessero raggiungere altre terre del Mediterraneo.

                         

Nei tessuti sardi di maggior pregio il colore rosso era ottenuto mediante la porpora ricavata dalle conchiglie dei murici, mentre il rosso delle stoffe comuni discendeva dalla lavorazione delle radici della robbia (rubia peregrina, rubia tinctorum, in sardo ruja, ciorixedda)  che davano anche tonalità sul granato e sul rosa, già note come coloranti della lana da G.F. Fara (Corographia Sardinia 1558) e soprattutto in Gallura della lavorazione dell’oricello, tratto dai licheni (Paulis 1992, Demontis 2005). Forse solo nel I Ferro fu impiegato il chermes per il rosso scarlatto, ricavato dagli insetti che formano le galle sulla quercia spinosa (pseudo coccifera, in sardo landiri malu), pianta che si trova soprattutto nell’Iglesiente (Cherchi Paba 1974). Non è da credere dunque, che i passi tratti da Aristofane e Platone riguardassero le stoffe pregiate delle sole isola sarde d’origine fenicia o cartaginese.   (Ugas) 

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