Nelle iconografie (rappresentazioni della punta delle navi dei popoli del mare) compaiono anche il riferimento tra il popolo shardana così come nei dipinti i fenicotteri che in volo poteva simboleggiare il popolo “rosso”. Ancora oggi nell’oristanese i fenicotteri vengono chiamati genti arrubia “genti rosse”

Bronzetto nuragico con donna a gonna lunga a balza
Leggendo libri sull’origine dei costumi in Sardegna si fa riferimento ad autori che nel settecento (Fara, Alquer e Carillo, ecc.) descrivono gli abiti in orbace e cotone. Attestano inoltre l’arrivo di nuovi tessuti e materiali. Questo evento non va tuttavia interpretato come nascita stessa dei costumi.
Gran parte dei materiali utilizzati negli abiti tradizionali esistono in Sardegna dalla notte dei tempi (orbace, cottone, lino, la stessa seta ecc.) ed altri come il damasco aveva in Venezia e nelle repubbliche marinare il sistema di diffusione più efficiente in tutto il Mediterraneo. Dal settecento le migliori condizioni economiche ma soprattutto i nuovi traffici hanno portato ad un maggior utilizzo di tessuti più raffinati. Ma si tratta di nuovi supporti, elementi materiali, estetici.
Il vestito non è un semplice capo di moda sartoriale ma un sistema di antica tradizione che, come vedremo, trasmette messaggi, simboli e significati legati specificatamente alla società sarda ed alla sua storia.
Lo studio dei costumi sardi, l’origine e lo sviluppo va rivisto, a mio parere, con un altro criterio che cercherò di spiegare con l’esempio della lingua sarda. Per me dichiarare che i costumi sono nati intorno al 1600 da quelli spagnoli è come dire che la lingua sarda deriva solamente dall’incontro con Roma.
E’ vero che il sardo viene catalogata come una lingua neolatina ma è anche vero che, a partire dallo Spano o dallo stesso Wagner, tutti gli studiosi ritrovano dei substrati che portano ad antiche civiltà. E non è certo una suggestione che per il Sardella ci sono legami con l’accadico ed il sumerico, per Bruno Vacca ed Eduardo Blasco Ferrer con il Paleobasco, i rapporti con la lingua greca antica sono stati descritti da M. Ligia, quelli con la lingua etrusca e con l’area anatolica o microasiatica della Lidia da Massimo Pittau, oppure il Dedola che trova le tracce dei due macro settori linguistici (indoeuropeo e semitico) e soprattutto con la koinè linguistica semitica. Potrei continuare con legami con studiosi che vedono substrati provenienti dai Balcani o dal Medioriente giusto per citare quelli più conosciuti. Con grandi attenzioni questi studiosi hanno indagato capillarmente su ogni termine, sulla toponomastica ricercandone l’origine ed i significati. Sono andati sui dettagli linguistici con studi meticolosi e scientifici dando un quadro più profondo di questo argomento tanto che il loro lavoro costituisce oggi un patrimonio straordinario della linguistica, della glottologia e della cultura sarda.
Per capire il senso del costume e in generale della cultura sarda bisogna, a mio parere, coglierne sia il valore simbolico che il suo linguaggio esplicativo.
Il filosofo neokantiano Ernst Cassirer, nel novecento, chiariva questo concetto parlando della filosofia delle forme.
“L’uomo produce cultura esprimendo le costruzioni di ragione e pensiero in linguaggio e in simboli. Tutto il pensiero umano è il dominio delle forme simboliche sia come strutture funzionali concettuali e oggettive e sia come sistemi che combinano linguaggio e teoria. L’uomo sviluppa ed elabora le forme simboliche che diventano pensiero e linguaggio, coscienza e comunicazione, spirito ed espressione.
I presupposti, le premesse, le condizioni del sapere, sono principi funzionali o relazionali.
L’uomo passa dalla natura biologica alla civiltà sociale con le forme simboliche costitutive del sapere e della cultura umana creando un universo simbolico teorico e pratico”.

L’uomo già dal paleolitico e poi nel neolitico avverte il bisogno di comunicare il suo sapere attraverso forme simboliche.
Dai graffiti alle sculture, dai menhir ai dolmen e poi a seguire con sistemi più complessi fino ai segni epigrafici.
In definitiva anche nei vestiti c’è lo sviluppo di una filosofia della cultura come teoria fondata sulla funzione dei simboli. Questi hanno le fondamenta teoriche nella conoscenza, nella religione, nella tradizione e nel mito ma diventano un sistema relazionale estremamente pratico attraverso un linguaggio raffinato, profondo, preciso e sintetico.
Stessa cosa si fa se si indaga sui segni epigrafici che si tramandano anche in epoche e civiltà diverse. Scientificamente si studiano i segni per i loro significati fino a dimostrare che la sequenza degli stessi porta alla scrittura.
In questi quaderni ho fatto la stessa cosa con il costume.
Abbino ai segni i loro relativi significati. La sequenza di colori e ricami costituisce un messaggio che è letto da tutta la comunità delle donne, proprio perché definito da un codice univoco. Chi emette e chi riceve parlano la stessa lingua.
Questo permette di decifrare anche il messaggio più complesso.
Il linguaggio, con tutti i contenuti, nel corso dei secoli, si è tramandato anche attraverso i nuovi supporti che sono arrivati col tempo, sia che si tratti di damaschi che di broccati, di velluti o di altri tessuti.
Così è successo per i segni epigrafici che sono impressi nei supporti di pietra e che si tramandano anche in epoche diverse che vanno dal neolitico fino al periodo romano e forse anche in epoche successive.
Dai menhir neolitici, con una straordinaria evoluzione li troviamo impressi nelle ceramiche, nei bronzetti e nelle pietre nuragiche fino a trovarli anche in epoche successive.
Anche nei vestiti delle donne si segue questo criterio e col passar del tempo i segni vengono trasferiti a nuovi “supporti” mantenendo la tradizione e costituendo così la parte identitaria di ciascuna comunità. Dagli antichi costumi dal Sulcis a quelli del Sassarese, dalla Gallura al Sarrabus io leggo nei vestiti tradizionali una miriade di segni interessantissimi che hanno solo bisogno di essere studiati e decifrati.
Occorre indagare partendo dalle prime rappresentazioni impresse nelle pareti delle grotte o nelle sculture primordiali per passare poi ai tessuti, ai colori, ai disegni, alle tipologie ecc. fino ad arrivare ai giorni nostri.

Devo aggiungere che questi studiosi che vedono semplicisticamente l’origine dei costumi come una nuova moda arrivata dalla Spagna sono stati anche piuttosto pigri basandosi su semplici annotazioni dei materiali per costruire una teoria. Sarebbe bastato andare indietro nel tempo perlomeno in età medievale, riprendendo le notizie degli antichi.
Apostolio descrive gli abitanti dei paesi dell’interno dell’isola che indossavano vestiti dai colori vivaci e in particolare il rosso porpora.
Oppure si potevano seguire chi come per esempio padre Bresciani che tra i primi ha studiato e intuito l’arcaicità dei nostri costumi e i legami con le antiche civiltà del passato.